Due o tre esorcismi (Spin off, Maiatico FC 1983)

Don Don era il re delle fette.
Ne aveva una per tutti.
Per i Vip, che andavano da lui e pretendevano di farsi perdonare dei misfatti mostruosi (ai quali raccontava che eran bravi lo stesso e che dovevano essere d’esempio). Per le persone comuni, che andavan da lui con un callo al piede o con dei complessi inconsci vergognosi (a cui, invece di dare una pomata o di mandarli dallo psicologo, propinava un bell’esorcismo, rispedendoli a casa felici e contenti). Infine, per la comunità tutta, che era formata per lo più da ricchi bigotti o spocchiosi parvenu (a cui, nell’omelia domenicale, spacciava per vero che un bambino di 6 anni lo aveva svegliato nel cuore della notte per denunciare l’attaccamento al denaro dei propri genitori e/o il sistema economico fallimentare che non lasciava spazio ai valori autentici o altre boiate simili).
Poi però si commuoveva ed era così convincente che l’intera chiesa usciva dalla Messa in lacrime e si sentivano tutti più buoni.
A distanza di qualche giorno, se gli citavi una delle storie che aveva raccontate, fingeva d’esser arteriosclerotico e di non ricordarsi niente.
E un po’ arterio lo era veramente, perché le sue parabole erano cicliche e, se uno si faceva tutte le Messe dell’anno, prima o poi la stessa storiella sul bambino o sull’ex-rapinatore pentito, leggermente riveduta e corretta, la riascoltava anche due volte, quando non tre, o addirittura quattro.
Questi mezzi bluff a fin di bene, comunque, il nostro prete se li poteva permettere perché, al di là dell’abito, era un uomo vero, con due palle così, che s’era preso a schiaffoni con Satana più d’una volta, e mica per modo di dire.
Aveva dei poteri, che in gioventù si era limitato a usare per andare a trovar l’acqua col bastone, dove c’era bisogno di scovare delle sorgenti sotterranee per dar da bere a degli interi paesi. Camminava raccolto e concentrato, poi, in un determinato punto, si sentiva male, vibrava, s’informicolava, collassava. Lì scavavano e trovavano l’acqua corrente.
Col passare degli anni affinò la Sensitività e fu introdotto dai Maestri alla parapsicologia e al Sovranaturale e cominciò a essere in grado di dirti il passato di una casa, o di un terreno e se erano successe cose brutte in quei confini, o se c’erano delle energie negative da estirpare. Con la maturità, cominciò a sfruttare le sue siddhi per guarire l’animo umano e scacciare i demoni, e il Diavolo.
Quando don Don entrava nella stanza dove c’era una persona infestata diventava tutto purpureo e tremolante, poi recitava le formule e scacciava con autorità messer Satanasso, che s’incazzava come un drago e prima di andarsene assestava due o tre manrovesci al don, che usciva stravolto e invasato di potenza (tipo occhi di Maradona dopo il gol alla Grecia a Usa ’94).
Io l’avevo visto espellere i demoni dal corpo di Paolo Vicolo e sapevo anche che aveva riportato all’ordine diverse zoccole e ninfomani, e aveva ridato la fertilità a qualche vecchia babbiona, ma questo è niente rispetto agli esorcismi leggendari di cui, ahimè, non son stato testimone e che fanno ancora discutere gli anziani viticoltori locali.
Il primo risale a vent’anni fa e ha come protagonista un macrobiotico incallito, tal Asphodelus Bonacinii, praticante zen, che si era ridotto a uno scheletro a furia di rinunce e automortificazioni spirituali. Quando fu portato al cospetto di don Don, era completamente fuori di sé e cantava “Forza Buddha! Abbasso Gesù!” e temeva di aver contratto migliaia di malattie e che gli venisse un ictus da un momento all’altro. Faceva il test della sifilide ogni quindici giorni anche se erano tre anni che non stava con una donna (per diventare un Brahmachary). Aveva speso tutti i suoi denari per farsi delle TAC al cervello, convinto di avere un tumore che gli destabilizzava l’equilibrio. Praticava lo zen tutte le sere, fissando il muro per un’ora, e mangiava solo tofu e seitan e altre cagate simili e si infarciva di soia, rinunciando a tutto anche se aveva una voglia della madonna di fumarsi una bella Marlboro e di chiavarsi la sua erborista di fiducia.
Era in condizioni disperate e don Don disse di farlo sedere nel suo giardino, coi cagnolini che abbaiavano e Saccani il campanaro e L’Elena che lo tenevan fermo. Il don uscì dalla canonica con una brocca piena di Malvasia fatta da lui e ci intinse lo spruzzino e poi ne cosparse l’indemoniato pronunziando i riti:
“Io ti scaccio da quest’uomo, o Diaballo!, colui che divide, creato dagli uomini che crearono dio, pura illusione, Vattene!!!”
L’uomo si agitò, poi svenne, zuppo di vino.
Quando si risvegliò, i presenti non fecero altro che constatare il miracolo. L’Elena imprecava per sottolineare la potenza dell’avvenimento, mentre Saccani ubbidiva ai comandi di don Don (“tiralo su, appoggialo alla seggiola, mettigli la testa verso l’alto”) in raccolto silenzio, con delicatezza.
Era guarito.
Per festeggiare, fu sturata un’altra boccia di Malvasia e aprirono un salame di quelli buoni, e si tirò sera in chiacchiere.
L’uomo sembrava non ricordare nulla dei suoi ultimi dieci anni e prese una bella basa e se ne tornò a casa pieno come un uovo e felice come una pasqua.
Don Don non poteva certo essere considerato un Jnani, in quanto troppo emotivo. Era sicuramente un Siddha, per i poteri che aveva, ma realizzava la propria spiritualità soprattutto sul sentiero del Kharma Yoga.
Quando non era al servizio del prossimo, infatti, lo trovavi sempre con la salopette blu da lavoro e i guanti da contadino e stava sempre nell’orto o tra i filari. Si sbatteva di brutto per fare un vino decente, e anche per questo motivo si può affermare che fosse di certo più vicino al sangue che al corpo di Cristo.
Oltre alla passione enoico/religiosa, ad accendere il suo spirito vitivinicolo c’era anche quel principio di competizione buono e giusto che da sempre muove i piccoli coltivatori maiaticesi.
Qui, chi fa il vino, gareggia e si dà battaglia, all’ultimo sangue.
Non si può certo dire che la Malvasia di don Don fosse la migliore, ma, col cuore che ci metteva, il nostro esorcista riusciva quasi sempre ad esser tra i primi. Alla fine tutti dicevano che il suo vino era il più buono, anche un po’ per timore e deferenza, insomma perché era Quello del Prete.
Ogni maiaticese e ogni salese (compreso don Don), però, sapeva bene in cuor proprio che la Malvasia migliore in assoluto era quella del nonno dell’Azzon, che aveva le viti proprio dall’altra parte della strada rispetto alla chiesa, di fronte ai ceppi di don Don.
Questo al Don non gli andava proprio giù, anche perché ogni anno ci metteva il doppio dell’impegno e sembrava sempre che ci fossero le premesse per battere il nonno dell’Azzon. “Stavolta” ci diceva in confidenza “al mé l’è al pù bón, sicùr”, ma, con l’anno nuovo, in degustazione, il vecchio Azzon finiva sempre per stupire tutti e, con o senza l’ufficialità, surclassava chiunque: primo lui, secondo il Don, terzo Terzi che, poveraccio, era quello che s’era fatto il mazzo più grosso per dare la Doc alla Malva di Maiatico.
Don Don incassava umilmente e continuava a lavorare la vigna lodando il Signore, anche se nel suo cuore languiva un filo d’amarezza per non poter celebrare Cristo con la supremazia enologica della Madre Chiesa.
Passarono gli anni e tutto scorreva sereno e tranquillo finché, un giorno, il fattore della famiglia Zòmpala avvistò un gruppo di persone distinte e talari che camminavano con fare inquisitorio la vigna dell’Azzon.
La voce corse di bocca in bocca e, quando tutti ne furono avvisati, si formò un capannello di curiosi davanti alla vigna; richiamato dal baccano era accorso anche don Don, che si trovava nei campi, e diceva a tutti di stare calmi. Serpeggiavano notizie confuse, contraddittorie, si diceva che la vigna dell’Azzon fosse indemoniata e, per esorcizzarla, bisognava estirparla tutta, fino all’ultima barbatella.
Nessuno ne fu certo fino a quando i messi del Vaticano non uscirono allo scoperto, annunziando il decreto che confermava esattamente le voci e, tempo due giorni, Don Don avrebbe dovuto esorcizzare e i contadini estirpare.
Il Tribunale Ecclesiastico aveva studiato il fenomeno maiaticese a fondo e aveva deciso che non poteva esserci spazio per un buon viticoltore che faceva troppa concorrenza ai vigneti della curia. La decisione era insindacabile.
Il nonno dell’Azzon accettò da signore l’affronto e si trasferì nella parrocchia di San Vitale, dove impiantò del Lambrusco discreto, libero e comunista.
Il giorno prestabilito il Don, alla testa di un corteo allibito, entrò nelle tenute dell’Azzon, passò davanti al serraglio dei tacchini e andò ad attestarsi al centro del vigneto.
Faceva caldo.
Il popolo era in silenzio, in attesa. I messi vaticani fremevano, avidi.
Il Don alzò le braccia al cielo e rese l’aria intorno rarefatta e pesante, poi chiuse gli occhi e chiese la protezione dei Santi, li riaprì sgranandoli e, tra lo stupore generale, cominciò a inveire sui Messi.
“Voi siete i demoni! E vi scaccio in nome di Dio da queste vigne e da questa terra e chiedo il perdono dei Santi per essermi lasciato tentare e solo in ultimo aver distinto il bene dal male! Tornate a Roma, nelle vostre cantine stracolme di Château Latour e Petrus di tutte le annate coi quali dite Messe maledette e che Dio possa porgere la sua mano sinistra sulle vostre fronti insanguinate e togliere i sigilli del male dalle vostre anime!”
I Messi fuggirono indignati tra le imprecazioni e Don Don stramazzò a terra, come sempre, dopo gli esorcismi, soccorso da tutta la comunità, come sempre.
Il nonno dell’Azzon tornò nella sua vigna tra gli applausi e il Don promise che da quel giorno in poi avrebbe usato la sua Malva alla Messa delle 8.30 e quella dell’Azzon alla Messa delle 11.00.
A Maiatico non ci furon più rivalità enoiche e la fama del prete che esorcizzava i teologi maligni si sparse nel globo terracqueo.
Maiatico tutta festeggiò a suon di scodelle di vino e l’Azzon espiantò le viti di Lambrusco comunista.
(L’ultima volta che vidi Don Don esorcizzare qualcuno fu quando disse “Vade Retro Satana” a Titén che, invasato e in preda a una crisi da abuso di narcotici, lo aveva svegliato di soprassalto nel cuore della notte chiedendogli minacciosamente una camomilla.)
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Luca Farinotti
Don Italo, Lo Stadio più bello del mondo, luca farinotti, Maiatico, San Nicolò